Corriere del Mezzogiorno. Vincenzo Mercurio: “Sognavo la musica, ma anche il vino è una forma d’arte”.

E pensare che avrebbe voluto fare il musicista, il cantautore o comunque, qualcosa del genere. Vincenzo Mercurio, 51 anni, oggi nel pieno della maturità professionale, è diventato invece uno degli enologi più preparati e affermati d’Italia. Ma alla fine, anche se attraverso un percorso diverso, è arrivato ugualmente al suo obiettivo. «Perché — spiega — gli aromi del vino partecipano dell’imperfezione, dell’incompiutezza e, so-prattutto, della mutevolezza tipiche delle forme artistiche. Un’esperienza sensoriale non è mai uguale a se stessa, è variabile così come sempre diversa è l’esecuzione della partitura durante i concerti».
Nato a Castellammare di Stabia, dove vive stabilmente da una ventina d’anni con moglie e due figli, ha compiuto gli studi superiori tra Pompei e Torre Annunziata fino al conseguimento della maturità scientifica. Si iscrisse dunque al corso di laurea in Scienze delle preparazioni alimentari, presso la facoltà di Agraria di Portici: tanta fisica e tanta chimica, due materie che gli avrebbero consentito l’accesso a un mondo inimmaginabile, in continuo cambiamento. «Un momento decisivo nel mio percorso universitario — sottolinea — è stato il corso di Chimica e tecnologia degli aromi. In cattedra il professore Luigi Moio, personalità di indubbio carisma, comunicava il fascino del lo studioso da poco rientrato dalla
Borgogna. Ricordo come se fosse ora qualche visita, compiuta con lui, alle cantine di Antonio Caggiano a Taurasi e di Andrea Ferraioli a
Furore: esperienze fondamentali».
E proprio sotto la guida di Moio preparò la sua tesi. Neanche a dirlo, sugli aromi di fiano, greco e falanghina, la “trimurti” del vino bianco campano. Dopo la specializzazione, finalmente un’esperienza in Francia, proprio in Borgogna. «E li, nella culla dei grandi vini del pianeta, si spalancò per me un porto-ne. Mi ritrovai investito da un frastuono di luce, tante e tali erano le suggestioni, gli stimoli, gli esempi di aziende ultracentenarie».
Completato, per il momento, il percorso formativo, il giovane laureato sperimentò l’accesso al mondo del lavoro. Che avvenne nel più classico dei modi: con l’invio, di un curriculum, prima e ultima volta, a Mastroberardino. A lui che proveniva dall’esperienza tra i grandi del vino d’Oltralpe, la scelta di rivolgersi all’azienda che più di tutte incarnava la storia dell’enologia campana, sembrò praticamente obbligata. Sostenne il colloquio col “grande vecchio”, il Cavaliere del Lavoro Antonio, e con il figlio Piero, proprio nel momento in cui era in corso il passaggio di consegne. Gli andò bene. Fu preso. Restò per 5 anni con loro. Ed ebbe modo di approfondire la conoscenza di uno dei mostri sacri dell’enologia mondiale, il professore Denis Dubourdieu, somma autorità
dei vini di Bordeaux. Ma come spesso accade, la via del successo passò per un necessario momento di discontinuità con i grandi maestri.
Dopo la conclusione del rapporto con Mastroberardino, nel 2007 Mercurio si ritrovò a ricominciare daccapo. Non ebbe dubbi e decise che la consulenza sarebbe stato il suo lavoro. Tra i primi assistiti, I Favati in Irpinia, Cantina Barone in Cilento, Raffaele Palma in Costiera amalfitana. Molti altri vennero in seguito, Non solo in Campania. Tutti attratti dai risultati ottenuti dal giovane professionista.
L’atlante si riempi progressivamente di bandierine: Basilicata, Calabria, Sicilia, Colli Euganei, Sardegna, Lazio, Molise, Toscana, Friuli. Un capitolo particolarmente caro della sua carriera riguarda le isole dell’Arcipelago pontino: prima Ponza, «una dimensione eroica, mistica e spirituale della viticoltura», poi Ventotene. «Certamente, lavorare per grandi aziende, strutturate e performanti, è gratificante.
Ma è altrettanto appagante seguire da vicino il piccolo produttore che si spacca le mani nella vigna».
Gli esami non finiscono mai. Nel 2018, ormai già affermato professionalmente, Mercurio decise di approfondire i temi della fisiologia della vite. Si iscrisse, dunque, nuovamente all’università, in particolare al corso di Viticoltura ed enologia a Marsala. In due anni e una sessione, consegui la nuova laurea.
«Da sempre — confida — ho cercato di concentrarmi sul lavoro in vigna. In cantina non ho mai usato protocolli standard, che, diciamo la verità, mi avrebbero consentito di seguire un numero maggiore di clienti, al prezzo, però, di realizzare vini forse perfettini, ma simili. Preferisco invece insistere sul lavoro che c’è a monte, ascoltare e comprendere le reazioni delle piante che si adeguano alle condizioni esterne. Se, forti di un protocollo, si aspettano in cantina i frutti della vite, si corre il rischio di uccidere tutto il percorso affrontato da quest’ultima». La lezione della Borgogna riecheggia nella convinta applicazione della teoria dei cru, un termine francese che identifica l’unicità della singola vigna. Fedele a questi principi, l’enologo stabiese riesce a trarre da parcelle diverse, magari ubicate all’interno dello stesso territorio, Lapio o Tufo per esempio, vini che, pur conservando un denominatore comune, esprimono peculiarità spiccate e origi-nali.
Non nega Mercurio che gli piacerebbe cimentarsi con la realizzazione di un Barolo, il vino principe delle Langhe. Col Pinot nero, croce e delizia dei vignaioli, vanta già un paio di esperienze. «Anche se la nitidezza —ammonisce — che tali vini raggiungono in Borgogna non è riproducibile. Quelli ottenuti a latitudini più basse possono certamente darti un’idea, come un brano ascoltato alla radio. Ma la pulizia del suono che ottieni in cuffia da un impianto hi fi può regalarla solo quel terroir». Ritorna la musica. E il cerchio si chiude.
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